• La Redazione

Dove stiamo andando?

Ormai è chiaro che viviamo in un paese in cui il buon senso ha seguito il flusso migratorio in atto a livello mondiale, avendo da parecchio tempo lasciato le nostre coste alla ricerca di nuovi lidi. Alla fine di quest’anno, ma se continua così anche prima, il debito pubblico italiano toccherà i 2.600 miliardi di euro e il prodotto interno lordo si fermerà, ottimisticamente, a 1.600 miliardi, forse anche meno. Il rapporto debito/pil dovrebbe attestarsi sopra il 160%. Alla prima avvisaglia di crisi globale in Italia si sono scoperti i reali giganteschi ed ormai insostenibili problemi strutturali del sistema economico e sociale: gli imbecilli e chi ha deciso di pensare di annientare definitivamente il futuro delle nuove generazioni continuano a sostenere che esiste una possibilità che le cose migliorino. Negli ultimi dieci anni, con i sistemi economici globali che hanno registrato i massimi livelli di crescita economica, l’Italia ha visto peggiorare tutto il peggiorabile, mantenendo un livello di crescita costantemente agli ultimi posti del sistema europeo ed un livello di incremento del debito e della spesa ai primi posti. Con i 209 miliardi di euro del “Recovery Fund”, tra prestiti e sussidi, l’Italia avrebbe modo di investire ingenti risorse negli investimenti pubblici a sostegno della crescita nel medio-lungo termine. Sarà forse l’ultima occasione per dimostrare al mondo, oltre che a noi stessi, che il nostro debito pubblico possa essere contenuto nell’esplosione, indipendentemente dalle manovre monetarie ultra-espansive della BCE. Per farlo, dobbiamo mettere le cose in chiaro: ci servirà accentuare i tassi di crescita, al contempo risanando i conti pubblici e tendendo al pareggio di bilancio. Chi si sta illudendo che il Patto di stabilità non torni più o che, comunque, sarà rimpiazzato da obiettivi fiscali molto più flessibili, si sbaglia di grosso. Nessuno a Bruxelles concederà a Roma di spandere e spendere senza dare spiegazioni a nessuno, perché nessuno ha intenzione di pagarne il conto. Le riforme pro-crescita (Pubblica Amministrazione, giustizia, liberalizzazioni, fisco, mercato del lavoro, sussidi, etc.) andranno accompagnate a una maggiore disciplina fiscale e la scommessa sulla quale dovremo puntare sarà di continuare ad abbattere gradualmente e stabilmente il tasso implicito (rapporto tra spesa per interessi e stock del debito) sotto i livelli di crescita del pil nominale, avvalendoci allo scopo sempre del sostegno della BCE. Solo quando saremo in grado di ribaltare queste percentuali potremmo segnalare ai mercati di possedere un debito sostenibile. E la loro fiducia inciderà proprio sulla spesa per interessi, riflettendo le aspettative sulla nostra economia. Ma noi siamo italiani e sappiamo che il miglioramento delle condizioni di mercato per emettere nuovo debito crea di per sé i presupposti per accrescere la voglia stessa di indebitamento da parte di qualsivoglia governo in carica. E proprio da questa tentazione dobbiamo mostrarci in grado una volta per tutte di rifuggire, altrimenti la ristrutturazione del debito sarebbe solo questione di tempo. A Bruxelles ci daranno sì una mano, ma fino a quando il costo politico non inizierà a superare i benefici. E nessun altro governo vuole rispondere ai propri elettori dell’accusa di avere inviato un assegno in bianco a Roma per assistere un paese di spendaccioni incalliti.

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